domenica 1 marzo 2015

Alberto Albanese Jr. poeta (Treviso, 1936), autore della poesia sul radicchio rosso tardivo di Treviso "Un fià de la me tera"


Poeti in dialetto di Treviso:
Alberto Albanese Jr. (31 luglio 2008)

Nel dicembre del 1969, organizzato dal Club Cento Barbe (segretario-animatore Giuseppe Raffele) si svolse a Treviso un concorso di poesia in dialetto, dedicato al radicchio rosso e riservato ai poeti delle Tre Venezie e dell'Istria. S'impose su una rosa di quarantaquattro concorrenti — “esaminati” da una giuria di tutto rispetto composta fra gli altri dal romanziere Enzo Demattè e dal poeta e giornalista Gino Tomaselli (Cafè Nero) — il trevigiano Alberto Albanese Jr., all'epoca poco più che trentenne.
Ricorda Albanese: «Era anche la prima volta che componevo una poesia in versi liberi, e quando ci fu la premiazione nel salone della Cassa di Risparmio in piazza San Leonardo, ero talmente emozionato che non me la sentii di recitarla. La lesse al mio posto un altro poeta, Marcello Cocchetto». 


Un fià de la me tera          [Guarda il video]

Lontan da la me tera,
tra tanta zente
che no' gera la me zente,
solo,
co' 'l cuor desfà,
me consolavo
vardando le vetrine
iluminae.

Aria de Nadal,
festa par tuti,
ma no' par mi
lontan da la me casa,
lontan da la me tera.

Caminavo fiaco
in mezo a quela zente
indafarada e contenta
quando che l'ocio
el s'ha fermà de boto:
in te 'na vetrineta,
ben in mostra,
ghe gera un bel çestel
de radici rosso fogo.

Me son fermà… li go vardai…
no' me pareva vero.
Radici trevisani?…
Se me ga verto 'l cuor,
l'emossion la gera granda…

Sonava le campane,
gera Nadal, festa par tuti
e festa anca par mi
che più no' me sentivo
perso pa' 'l mondo.
Me tegneva compagnia
me confortava 'l cuor,
me dava contentessa
aver nel me disnar
un bel piatel
de radici trevisani:
un fià de la me tera.



Era da tempo che desideravo conoscere l'autore di Un fià de la me tera (1), perché mi riconoscevo nella sua condizione di uomo qualunque, che non si trovava di certo a spasso per il mondo come turista. Mi colpiva quell'uomo solo, che passeggiava in una città lontana, triste “tra tanta gente che non era la sua gente” e che all'improvviso scorgeva qualcosa che gli ricordava la sua terra. E mi piaceva pensare che magari quel piccolo «çestel de radici rosso fogo» provenisse proprio dalla nostra stalla dove negli anni '60 trascorrevo ancora – un po' per dovere, molto per intimo bisogno di sentirmi parte di una famiglia contadina tradizionale ormai in estinzione – lunghe ore nelle sere d'inverno a curar raici. Ore che all'avvicinarsi del Natale si inoltravano sempre più nella notte. Perché quella era la stagione migliore per la vendita del radicchio e bisognava darci dentro, e perché in agguato c'era sempre il ghiaccio che minacciava di chiudere il campo nella sua morsa. 
I soldi che si guadagnavano erano sempre scarsi; poche erano le volte che mio padre o i miei fratelli tornavano a casa soddisfatti dalla piassa, il mercato.
Eppure, mi dicevo, tutti li richiedono questi radicchi; chissà che giri faranno …

L'incontro con Albanese avviene in un mezzogiorno di fine luglio del 2008.

Seduti su una panchina nell'area verde del quartiere popolare in cui abita (San Paolo, Treviso) i minuti scorrono veloci e piacevoli, con il poeta che di tanto in tanto, mentre mi parla della sua vita, controlla l'orologio perché teme di non far in tempo a comprare il pane.
Alberto Albanese è un uomo di esile struttura, dall'eloquio pacato e dai modi che rispecchiano un'innata gentilezza.
Mi racconta dell'emigrazione.
All’epoca dell'episodio rievocato in Un fià de la me tera, Albanese lavorava da sei anni a Neuchâtel, in Svizzera. Aveva iniziato nel 1956 come muratore.
«Però non avevo il fisico per quel mestiere. Ho resistito un paio di mesi e poi sono tornato a casa. Ho dovuto aspettare a Treviso che trascorressero i tre mesi necessari per rifare le carte e poi sono ritornato a Neuchâtel, appoggiandomi sempre all'abitazione di mia sorella Luigia, che già da tempo abitava in Svizzera col marito; entrambi operai. Questa volta trovai lavoro come fattorino, attività che conservai per tutti i sei anni di emigrazione. In pratica facevo consegne a domicilio, dapprima in bicicletta e poi in motorino, per la ditta Bell, una grossa macelleria-salumeria con sette succursali sparse per la città».
Un pomeriggio di dicembre del 1962, passeggiando per il centro, Alberto scorse del radicchio trevigiano esposto in un negozietto di frutta e verdura. La cosa da una parte gli toccò le corde profonde dell'orgoglio: “Guarda un po’, dove mi capita di vedere il nostro radicchio…”, dall'altra lo indispettì, perché il fiore di Treviso era indicato come “Salade de Venise”.
Allora, «mi son fatto coraggio», racconta. «Sono entrato nel negozio e indicando il radicchio al proprietario gli ho detto: “Guardi che quanto è scritto nel cartello non è giusto, perché quello è Radicchio di Treviso, non Salade de Venise”. E siccome un po' anche ci conoscevamo, il negoziante mi ha ascoltato. Difatti, il giorno dopo ha messo fuori il cartello con scritto sempre Salade de Venise ma con aggiunto in bella evidenza Radicchio di Treviso».
Ma ormai la vita dell'emigrante diventava sempre più difficile da sopportare, «anche se non posso certo dir male della ditta che mi ha dato lavoro. Solo che era un anno iniziato per il verso sbagliato. Mi ero lasciato con la morosa e, non bastasse, aveva anche iniziato a nevicare già da ottobre. Insomma, non vedevo l'ora di tornare a casa».
Infatti poco dopo l'episodio del radicchio Albanese ritornò a Treviso, dove lavorò per trent'anni in due fabbriche di ceramica: cinque anni nel reparto decorazione da Tognana e venticinque come magazziniere da Pagnossin.
«Assunto con mansioni da impiegato?», gli chiedo.
«No, no, come operaio», puntualizza, a conferma di una modestia che non fa sconti.
Ora è in pensione e ha più tempo da dedicare a quella poesia che è parte intrinseca della sua esistenza, e di cui parla con naturalezza, senza enfasi; orgoglioso di essere tornato a far parte della redazione de El Sil (2e soprattutto fiero della sua creatura: il Premio letterario San Paolo, fondato nel 1977 «per portare un po' di cultura anche in questo quartiere».
Adesso, per la verità, ha un po' ridotto il suo impegno per il Premio. Non per dissapori od altro, ma perché «l'hanno preso in mano i giovani, ed è giusto che vadano avanti loro».

Atteggiamento questo che aggiunge un'altra nota d'onore alle molte finora già meritate dal nostro valente poeta.

Nota bio-bibliografica

Alberto Albanese Jr. è nato il 12 agosto 1936 a Treviso nel quartiere di San Nicolò (3) quinto dei nove figli di Alberto Albanese Sr. (1903-1975), anch'egli noto poeta. È quindi figlio d'arte, e come lui si sono cimentati con la poesia quasi tutti i fratelli e le sorelle: Carlo, (poeta, ma anche autore di un romanzo e di una storia del gioco dei birilli), Lidia (morta a 16 anni), Bertilla, Mario (fotografo).
Alberto ha iniziato a pubblicare le sue prime poesie in giovane età su Il Vittorioso, in italiano, continuando poi, durante l'emigrazione, sul Corriere degli Italiani, giornale degli italiani in Svizzera. Ha partecipato fin dalla fondazione (1971) all'attività poetica del periodico El Sil e ha edito, sia pure in poche copie autoprodotte, due opere: Un altro dì de la me vita, 1997, in dialetto e Poesie [1999], in italiano.
Sposato con Elide, ha due figli, Fabio (1969) e Laura (1972).
Camillo Pavan
(Agosto 2008)

Note


1 – Negli anni 70-80 Un fià de la me tera ebbe una circolazione limitata ai cultori della poesia in vernacolo trevigiano. Nel 1984 fu riportata in terza di copertina dal tecnico dell'Ispettorato Agrario di Treviso Giovanni Marchiori nel suo opuscolo dedicato al radicchio. 
  Via Giovanni Rizzi, poeta, 1828-1889 (Treviso, San Zeno) 
Con un certo orgoglio posso dire che dopo la sua pubblicazione su Raici, e ancor più dopo la sua messa in rete (a partire dal 2000) dapprima nel mio sito poi nel blog e su YouTube, questo classico della poesia in lingua veneta ha raggiunto un pubblico molto più vasto. 
Prima di allora, associata al radicchio c'era solo la celebre strofetta del poeta trevigiano Giovanni Rizzi (1828-1889) che Giuseppe Benzi sentì recitare a Milano nel 1876 (cfr. Raici, p. 196): 
«Se lo guardi egli è un sorriso, /  Se lo mangi è un paradiso / ... il radicchio di Treviso».  
2 – «Periodico del circolo “Amissi de la poesia”, Treviso, fondà nel 1971 da A. Albanese Sr. e da A. Cason», come recita la testata.
3 – Quartiere popolare e sottoproletario di Treviso, visto da sempre come un problema per i benpensanti della città. Subì pesanti distruzioni a causa dei bombardamenti dell'ultima guerra e venne definitivamente “bonificato” a metà degli anni '50. I suoi abitanti furono trasferiti in periferia, alla Fiera o in Borgo Mestre; alcuni in aperta campagna, a Borgo Capriolo - Santa Bona. (Cfr. Bepi Stocco, Gente delle calli, a c. di Livio Fantina, Cierre, 2000, p. 247).

Giuseppe Benzi, "l'agronomo lombardo". Notizie biografiche sul fondatore della secolare mostra del radicchio rosso a Treviso. (Prima edizione 20.12.1900)



L'agronomo Giuseppe Benzi,
1855 - 1941,

fondatore della secolare
mostra del radicchio rosso

a Treviso. Prima edizione
giovedì 20 dicembre 1900
di Camillo Pavan

Giuseppe Benzi (1855-1941) fu una personalità di spicco dell'agricoltura trevigiana fra '800 e '900. Il suo nome è indissolubilmente legato alla storia del radicchio rosso di cui organizzò la prima mostra - "iniziativa unica in Italia" - nel dicembre del 1900 sotto la Loggia dei Trecento.
Benzi, nato a Crema il 4 gennaio 1855, era giunto a Treviso come giovanissimo insegnante di storia naturale e agronomia all'Istituto Tecnico Jacopo Riccati subito dopo la laurea in agraria conseguita a Milano. Rimase sempre al Riccati, di cui fu anche preside fra il 1906 e il 1910. Si ritirò dall'insegnamento nel 1912. (1)
Fondò e diresse due giornali dedicati all'agricoltura, uno di divulgazione pratica e l'altro di approfondimento: La Gazzetta del Contadino e Il Contadino.
Si adoperò per il miglioramento tecnico e sociale del mondo agricolo nella sua qualità di dirigente-animatore del Comizio Agrario e dell'associazione dei proprietari terrieri, Associazione Agraria Trevigiana, da lui fondata e diretta.
Nelle elezioni politiche del 23 novembre 1890 (XVII legislatura del Regno) Giuseppe Benzi "giovane talento della sinistra liberale" fu eletto, secondo dei tre deputati del Collegio Treviso 1 (dopo l'avvocato di Crespano Roberto Andolfato e prima del conte di Castelfranco Pietro Rinaldi), ma venne dichiarato decaduto nella seduta della Camera del 30 giugno 1891 perché «la cattedra all'Istituto Riccati costituiva motivo di ineleggibilità essendo l'Istituto sovvenzionato dallo Stato» (2) 
Interventista, guardò con simpatia all'avvento del fascismo (3) ma non prese mai la tessera (4).
Morì l'11 gennaio 1941 nella sua casa di via Cantarane a Treviso per "un male tremendo" che in poco tempo lo strappò "all'affetto dei rurali trevigiani".
Jelmoni, nella sua commemorazione a un anno della morte, lo definì "Uomo del Rinascimento" dotato di una "profonda dottrina associata a un grande senso pratico".

Note

(1) Nella breve biografia stilata da Benito Buosi a pag. 101 del suo documentato Maledetta Giavera, risulta che Benzi, arrivato a Treviso per dirigere la fabbrica di concimi di Isidoro Alberto Coletti, abbia insegnato agraria al Riccati ed economia rurale alla Scuola di Viticoltura ed Enologia di Conegliano. 
(2) "Coincidenza volle", insinua Buosi (Op. cit., pag. 196), che nel consiglio d'amministrazione del Riccati sedesse, "in rappresentanza dello Stato", il suocero di Pietro Bertolini, cioè del primo dei non eletti, candidato dell'Associazione Liberale Monarchica e futuro padre della legge sull'alienazione del bosco del Montello - Legge Bertolini, 1892.
(3) «Bandiere rosse, bianche, gialle, labari e gagliardetti, che pure rappresentate una fede, abbassatevi; è la bandiera d'Italia che passa ... Ecco, contadini, cosa è avvenuto in questi giorni: l'anima ha prevalso sul corpo, l'ideale Dio e Patria ha ancora trionfato per la salvezza di tutti». Cosa è avvenuto?, editoriale di Giuseppe Benzi (non firmato) sulla Gazzetta del Contadino del 26 novembre 1922 a commento della marcia fascista su Roma.
(4) «... Non chiese la tessera del partito perché, già avanti in età, Gli "ripugnava di poter apparire un accaparratore di nuove cariche".» - Evaristo Jelmoni, Commemorazione di G.B. nel primo anniversario della morte.


Testata de Il Contadino, giornale d'agricoltura pratica, 
organo del Comizio Agrario di Treviso,
quindicinale fondato e diretto da Giuseppe Benzi, 
stampato dalla tipografia L. Zoppelli.
Fra i collaboratori figuravano i più bei nomi della cultura trevigiana post-unitaria: 
fra gli altri Antonio CaccianigaGiovanni Battista CerlettiGregorio Gregorj
Giovanni Battista Zava.
Al primo posto, dopo i temi di interesse economico generale, 
gli articoli sulla pellagra, la malattia della miseria, endemica fra i contadini 
del nord Italia (Friuli e Veneto in particolare, ma anche il Mantovano) dovuta 
a una dieta quasi esclusivamente a base di polenta.
Il numero del 15 maggio 1882 riporta in prima pagina
le statistiche sulla diffusione della pellagra in provincia di Treviso.
I colpiti dalla terribile malattia risultano essere 12841 villici 
(di cui 6616 abitanti nel distretto di Treviso),
180 operai e 299 mendicanti, per un totale di "almeno" 13320 pellagrosi. 

Via Giuseppe Benzi, la strada che il comune di Treviso dedicò
all'agronomo lombardo dieci anni dopo la sua morte.
Costeggia ad est la ferrovia per Vicenza e coincide
con quella che in precedenza era chiamata la Strada del Poareto.
Conduce a San Giuseppe e - incrociando via Ottavi - a Sant'Angelo e Canizzano;
in altre parole, dalla città alla campagna. Localizzazione decisamente indovinata.

Pellagra e pellagrosi (contadini trevigiani fine '800)
Momenti più significativi della vita e dell'opera di Giuseppe Benzi

1876 Laurea in scienze agrarie nella R. Scuola Superiore di Agricoltura di Milano.
1876 (26 ottobre) - 1912 (15 ottobre) Insegnante nell'Istituto Tecnico "Jacopo Riccati" di Treviso.
1878 (1 gennaio) Fonda con gli amici Giovan Battista Zava e Gregorio Gregorj  il settimanale La Gazzetta del Contadino. Due anni più tardi darà vita al quindicinale di approfondimento Il Contadino.
(Il Contadino, febbraio 1883)
"Borgogna nero, Raboso di Piave
Riessling Italiano (Welschriessling),
Chasselas bianco e rosso, Cenerente ":
vitigni posti in vendita nel febbraio del 1883
dall'agenzia del barone Ferdinando Bianchi 
grosso proprietario di Mogliano Veneto 
(circa 900 ettari).
1881 Fonda con Isidoro Coletti la "prima fabbrica di concimi chimici sorta in Provincia" e «col concorso volonteroso di pochi altri diede tutto sè stesso al sorgere di una Fabbrica cooperativa di perfosfato in Montebelluna».
1882 Collabora con Luigi Alpago Novello alla fondazione (16 febbraio) della Prima Latteria Sociale a Cison di Valmarino, cui darà ampio spazio nelle pagine de Il Contadino.
1883 È fra i promotori del primo pellagrosario italiano (a Mogliano) nella cui direzione - fra il 1915 e il 1921- rappresenterà la Provincia di Treviso. (L. Vanzetto,  I ricchi e i pellagrosi, p. 237). In precedenza fu tra i fondatori delle "Cucine economiche rurali" e degli "Essiccatoi da granoturco che precedettero la costruzione del Pellagrosario".
In questo periodo è segnalata la partecipazione di Benzi a: Commissione antifillosserica, Comitato forestale provinciale, Commissione Pellagrologica, Commissione Censuaria, Comitato provinciale zootecnico.
1884 (Settembre) Membro della Commissione per il Montello con Francesco Galanti e Antonio Saccardo. (Benito Buosi, in Venetica, n. 9 - 1988, p. 14).
1886 Gli è conferita la medaglia d'oro governativa come "benemerito delle classi rurali".
1888 Organizza l'Esposizione regionale agricola di
fiori, frutta e piccole industrie + varie mostre distrettuali di frutta ad Asolo, Farra di Soligo, Valdobbiadene e Vittorio Veneto.
1895 Autore della relazione della "Commissione Provinciale per il miglioramento del bestiame bovino". Pur avendo scritto migliaia di pagine ne Il Contadino e La Gazzetta del Contadino, questa relazione è uno dei pochi testi di Benzi conservati sotto forma di opuscolo nella miscellanea della biblioteca comunale di Treviso.
1898 Fonda la Borsa Agraria «allo scopo di facilitare le attività economiche degli agricoltori».
1898 Fonda l'Associazione Agraria Trevigiana, che dirige fino al 1921.
1898 Organizzazione della Mostra Zootecnica Provinciale.
Pubblicità dell'aratro "tutto in ferro" della
ditta Fratelli Comin di Casier Treviso
in grado "con la forza di quattro buoi"
di raggiungere una profondità di 32 cm.
(Il Contadino, 31.5.1885)
Nel riquadro viene inoltre ricordato che nella stessa 
fabbrica si costruisce «l'Aratro Sack che
 meglio d'ogni altro sistema, 
dà un rovesciamento perfetto in qualsiasi terreno». 
Tre i modelli disponibili, con relativo avantreno tutto 
in ferro: da 105 lire (peso 110 kg, profondità 32 cm) 
a 175 lire (peso 190 kg, profondità aratura 50 cm).
1899 Organizzazione della Mostra del vino e suoi distillati.
1900 Organizzazione della Mostra del radicchio.
1907 Fonda la Banca Popolare di Treviso, "Società Cooperativa a capitale illimitato", di cui resta presidente fino alla morte. «Alcuni anni prima aveva dato vita alle Casse Rurali di Maserada, Nervesa e altri paesi della Marca Trevigiana».
1909 (settembre) Promuove la nascita del Consorzio Agrario Cooperativo della Associazione Agraria. «Oggi ingrandito, è
uno fra i più importanti organismi della cooperazione italiana».
1910-1915 Presidente dell'Istituto Agrario Provinciale «cui furono deferiti tutti i servizi agrari della Provincia».
1915 Durante la Grande Guerra è presidente del Comitato Trevigiano di Assistenza Civile.
1915-1922 Presidenza del Consorzio Granario Provinciale, che doveva provvedere agli ammassi e alla distribuzione di generi alimentari  durante e subito dopo la Prima guerra mondiale. In un periodo di grandi truffe e arricchimenti improvvisi - i famosi pescecani - «chiuse il suo bilancio con un utile di gestione di oltre due milioni di lire che furono destinati alla istituzione del grande sanatorio provinciale».
1924 Con il numero del 28 dicembre chiude La Gazzetta del Contadino, diventandone comunque direttore onorario alla sua riapertura quale organo della Cattedra Ambulante di Agricoltura (direttore Evaristo Jelmoni).
1925 Organizzazione della Mostra nazionale del Crisantemo
che fu visitata anche dal re.
1926 Viene festeggiato il cinquantenario del suo "apostolato in Provincia".


Le citazioni delle attività di Benzi, non diversamente indicate, sono tratte da Giuseppe Benzi, Commemorato il 13 gennaio 1942 XX dal Prof. E. Jelmoni, Ispettore Provinciale dell'Agricoltura di Treviso, Arti Grafiche Longo & Zoppelli, Treviso 1942.

*  *  *

Da segnalare l'esistenza, nella città natale del Nostro, di un cippo marmoreo dedicato a Giuseppe Benzi (1820-1857) che fu compositore e maestro di cappella del duomo di Crema. Grado di parentela da individuare.

*  *  *
Necrologio sul Gazzettino del 12 gennaio 1941 in memoria 
del "maestro dell'agricoltura trevigiana" Giuseppe Benzi.
Sulla destra ritaglio di giornale (Vita del Popolo) che l'8 luglio 1951
ricorda l'attribuzione del nome "Via Giuseppe Benzi"
al "tronco stradale che ha gli estremi al
passaggio a livello della [via] Lazzaretti Vecchi
[attuale via Agostino Steffani] e termina sulla Noalese".
(Biblioteca Capitolare Treviso, Fondo Campagner)
*  *  *
Il maestro dell'agricoltura Giuseppe Benzi è oggi praticamente dimenticato. 
Per alcuni anni dopo la sua morte, in occasione della mostra trevigiana del radicchio, 
da lui voluta, veniva assegnato un premio in suo ricordo.
Non sarebbe il caso di ripristinarlo? * 
E non si potrebbe incoraggiare qualche giovane, 
con un premio in denaro, a realizzare uno studio approfondito sull'opera di Benzi? 

* Proposta invano lanciata alcuni anni fa da Pietro Alvise Busato in Vita e opere di Giuseppe BenziAtti e Memorie dell'Ateneo di Treviso, 1999-2000, nuova serie, n. 17, p. 123


                                                                     

Questo articolo è stato pubblicato il 22 novembre 2013 e aggiornato l'1 marzo 2015

Vecchie corbe (e altre crivole)

Fra i più caratteristici contenitori usati un tempo per trasportare il radicchio rosso di Treviso o variegato di Castelfranco Veneto c'erano le corbe (dette anche crivoƚe), cioè delle grosse ceste in vimini.

Antica mostra del radicchio rosso di Treviso e variegato di Castelfranco. 
(Treviso, seconda metà anni '50)
Il fotografo (citato come Bianchin: con tutta probabilità 
il giornalista-scrittore Pier Maria Banchin)
ha voluto mettere in risalto - più che il radicchio e i produttori - 
l'intreccio delle grosse strope (vimini)
con cui la corba è costruita. Quasi una collana, 
piccolo capolavoro di abilità contadina.
Le grandi corbe ricolme di radicchio variegato, a Castelfranco chiamate crigole, 
sono foderate con foglie di verza.
Foto posta in apertura dell'articolo "Il Radicchio del Trevisano" 
di Giuseppe Mazzotti pubblicato su Le vie d'Italia nel marzo del 1960.
Altro tipo di corba, sempre in vimini, utilizzata per contenere 
il radicchio rosso di Treviso.
Siamo nella stalla della famiglia Vincenzo Schiavato, via Ghirada, S. Lazzaro (TV)
Fine anni '50, inizio anni '60.
Per la storia di Vincenzo Schiavato, orticoltore pluripremiato 
all'antica mostra del radicchio rosso di Treviso, vedi RAICI, pagine 77-82.
Corba utilizzata dai contadini di Dosson (Treviso)
per trasportare il radicchio rosso al mercato di Rialto a Venezia.
Nella foto, da sx: Berto e Luciano Biscaro.
Specialista nella produzione delle corbe dossonesi era l'artigiano
Giuseppe Pinarel - Bepi Sestèr (letteralmente Giuseppe il cestaio ),
abitante lungo il Terraglio, Alle Grazie. (Vedi pag. 121 di RAICI)
La consistenza molto più leggera di una "crivola da spigassi" 
(resti di spighe di frumento trebbiate).
Costruire questo tipo di contenitori in strope/vimini 
(unitamente ad altri attrezzi d'uso comune in campagna) 
era una tipica attività contadina "da filò".
Foto scattata nel 1987 alla Festa della trebbiatura 
di Castelminio di Resana TV.
Crivola per catturare çeleghe (seéghe, passeri).
Struttura in ferro, rivestita da rete metallica.
Foto scattata nel 1988 davanti al portico dell'abitazione 
del custode di Villa Mantovani (Casale sul Sile TV)

Antica mostra radicchio rosso Treviso. Cronaca della prima edizione, 20 dicembre 1900


Prima edizione della centenaria mostra del radicchio rosso di Treviso, 
giovedì 20 dicembre 1900. 
 Cronaca di Giuseppe Benzi sulla Gazzetta di Treviso (giornale del pomeriggio).
Vi è riportato in apertura un sonetto del trevigiano Giovanni Rizzi (1828-1889)
scritto nel 1875 a Milano dove il poeta si era trasferito dopo i moti del '48.
Una poesia che - inevitabilmente, viene da dire - associa il radicchio 
al fiume Sile e, come farà un secolo più tardi Alberto Albanese Jr., 
alla nostalgia per la città natale.
[La grafica dell'articolo è stata modificata per favorirne la leggibilità. NdC]


(Trascrizione dell'articolo)


LA MOSTRA DEL RADICCHIO

La premiazione
Stamane ebbe effetto la ben ideata mostra del radicchio di cui ci siamo ieri largamente occupati. (1)
E ci piace anzitutto pubblicare il sonetto che il prof. [Giovanni] Rizzi dettò a Milano intorno al nostro radicchio ricordato nell'articolo di ieri:

Per una sporta di radicchio rosso venutami da Treviso

S'io faccio tanta festa a un'insalata 
quanta i bimbi ne fanno ai lor balocchi,
non è perché di saporar la grata
purpurea foglia un gran desio mi tocchi; 

o perché qui, sul desco, attiri gli occhi
e più le man dell'infantil brigata,
e un raggio anch'essa di letizia scocchi
da' bei colori in sì lieta giornata; *)

ma perché vien dal Sile, e una parola
di là mi porta, perciò le sorrido
ed è il cor che fa festa, e non la gola.

E le fa festa, perché i dì felici
dell'infanzia ricorda, e il patrio nido
e il giovin core de' miei vecchi amici
---------------
*) Il giorno di Natale 1875.
---------------
Stamane alle 9 sotto la Loggia del Palazzo dei 300, convennero circa 60 espositori presentando un'ottantina di campioni delle diverse varietà di radicchio, la più parte coltivata negli orti di S. Antonino, Dosson, San Giuseppe, Monigo, Castagnole.
Notevole la mostra delle varietà provenienti da Castelfranco.
Ogni espositore ebbe il suo numero.
Alle 10 la Giuria, composta dai sigg. dott. cav. G. B. Zava, co. Giulio Oniga Farra, dott. Lorenzo Puppati, cav. Vito Gritti, Francesco Van Den Borre, co. Sigismondo Felissent, G. B. Gelsomini, Domenico Boscain e Bordignon Fortunato, (2) fece il suo giro fra i campioni prendendo i suoi appunti per la classifica.
Fra i campioni allineati circolò molto pubblico, ammirando e facendo acquisti.
Il giudizio generale è che, tenendo calcolo del tempo ristretto e della quasi improvvisazione del concorso, questo sia riuscito assai bene come primo tentativo e come promessa per un altro anno.
Sappiamo anzi che l'Associazione Agraria à in animo pel venturo anno di stabilire un vero mercato di Natale, ricompensando  i coltivatori e in pari tempo favorendo lo smercio e rialzando il credito di questo nostro prodotto tanto ricercato.
* * *
Alle 10 3/4 la Giuria si ritirò nell'ufficio dell'Associazione Agraria e discusse in merito alle diverse varietà esposte, pronunciando quindi il seguente verdetto:
1° Premio (L. 15 e medaglia d'argento) (3)
   N. 38 (rosso trevigiano) De Pieri Antonio detto Fascio (Dosson) (tenuta De Reali).
1° premio (L. 15 e medaglia di bronzo) 
   N. 17 (variegato) Basso Ermenegildo (Castelfranco).
1° premio (L. 15 e medaglia di bronzo)
   N. 16 (id.) Bianco Domenico (Castelfranco).
I Premio (l. 15)
   N. 9 (var.) Mezzavilla Giuseppe (San Antonino) [...]

L'articolo prosegue con i nomi degli altri vincitori:

Quattro secondi premi da lire 10 cad.
- Monego Andrea (rosso trevigiano), San Lazzaro
- Fantin Giovanni (rosso variegato), Santa Maria del Rovere
- Ongarato Augusto (variegato), Castelfranco
- Stocco Eugenio (id.), Castelfranco
Undici terzi premi da lire 5 cad.
- Bado Eugenio (rosso), Santa Bona
- Bortolin Virginia (id.), Sant'Antonino
- Reato Bortolo (id.), Sant'Angelo
- Sacilotto Giorgio (id.), Lughignano
- Dal Savio Luigi (rosso-variegato), Santa Maria del Rovere
- Ongarato Fortunato (variegato), Castelfranco
- Tronchin Angelo (rosso), Lancenigo
- De Grandi Augusto (variegato), Castelfranco
- Borsato Luigia (id.), Sant'Antonino
- Renosto Angelo (nero), Monigo
- Trentin Domenico (verde), Castelfranco

«A tutti i premiati l'Associazione Agraria rilasciò un diploma.»

Note

(1) - Con un articolo dello stesso Giuseppe Benzi, dal titolo Il radicchio trevisano (vedi alle pagine 196-197 di RAICI) che verrà riproposto - a brani o intero - per molti decenni, in occasione delle mostre o in articoli e pubblicazioni varie sul radicchio.
(2)  In pratica il fior fiore dei proprietari terrieri trevigiani; d'altronde il "concorso" è organizzato dall'Associazione Agraria di Treviso diretta da Giuseppe Benzi.
(3) Le medaglie erano state offerte dalla ditta Zanetti e C. di Padova "esportatrice di ortaggi, frutta e cacciagione". (Gazzetta di Treviso, 17.12.1900)

*  *  *

Trascrizione dell'articolo con cui la Gazzetta di Treviso di lunedì 17 dicembre 1990 
annuncia la prima edizione della mostra del radicchio invitando i produttori a partecipare numerosi.

***

 LA MOSTRA DEL RADICCHIO
Antica mostra del radicchio rosso
di Treviso. Annuncio della
prima edizione. 
Gazzetta di Treviso, 17.XII.1900

«Giovedì prossimo alle ore 9, si terrà dunque in Treviso la mostra del radicchio rosso trevigiano, la celebre insalata invernale tanto gradita dai consumatori. 
Non dubitiamo - scrive il Contadino - che gli ortolani ed agricoltori andranno a gara per presentare i loro migliori campioni. Non tutti i coltivatori saranno premiati, si sa; però tutti impareranno qualche cosa, osservando la varietà, lo sviluppo, la sbianca di tanti campioni; così questo primo concorso insegnerà come si debba prepararsi per l'avvenire. 
Imperocchè la Associazione agraria intende ripetere ogni anno questo concorso ed istituirne anche per altri ortaggi, quali la verza, i capucci, i broccoli ecc. 
Le due varietà, quella variegata e quella rossa antica, saranno giudicate separatamente, non potendosi apprezzare alla stessa stregua. 
Non manchino dunque all'invito i coltivatori di radicchio, e siano giovedì prossimo al loro posto. Dopo tutto non si va incontro a spese ed a gravi disturbi. Basta mettere in un cestello, o canestro, un paja di chilogrammi del miglior radicchio che si ha, e portarlo giovedì mattina in piazza dei Signori, sotto la Loggia, in Treviso. Nessuna domanda d'iscrizione occorre, nessuna spesa, nessuna tassa c'è da sostenere. In due ore o poco più, tutto sarà finito.
Anche se non si otterrà il premio sarà sempre buona cosa mostrare della bella insalata e venderla poi a prezzo rimuneratore. 
In occasione della mostra orticola la benemerita Presidenza della Camera di Commercio ha deliberato di assegnare una medaglia a quel negoziante che dimostrerà d'aver esportato dalla provincia di Treviso, nella prossima stagione invernale, la maggior quantità di radicchio rosso e variegato.
La deliberazione della Camera di Commercio è certamente indovinatissima e la Presidenza dell'Associazione Agraria, sarà ben lieta dell'appoggio che le viene da una Istituzione, colla quale ha comune lo scopo, quello di promuovere e tutelare gli interessi agricoli industriali e commerciali della provincia.
I concorrenti alla medaglia per l'esportazione dovranno presentare domanda alla presidenza della Associazione Agraria, prima del 15 marzo p. v., corredandola di documenti atti a dimostrare l'ammontare dell'esportazione. 
La Presidenza dell'Associazione Agraria Trevigiana ci prega di annunciare che la ditta Zanetti e C. di Padova esportatrice di ortaggi, frutta e cacciagione, ha offerto tre medaglie una d'argento e due di bronzo, da assegnarsi, oltre ai premi in danaro, ai tre migliori campioni di radicchio che verranno esposti alla Mostra di giovedì prossimo. 
Per dare un'idea fin d'ora del successo che si prepara all'iniziativa della nostra associazione possiamo assicurare che gli espositori supereranno il centinaio e toccheranno forse i cento cinquanta. Non è poco.»


La previsione si dimostrerà troppo ottimistica: in realtà parteciperanno alla prima mostra 56 espositori con 78 campioni di radicchio. 
Ma la lunga storia era ormai iniziata...



I Club 3P e la modernizzazione dell'agricoltura nell'ultimo dopoguerra. Testimonianza di Lino Rossi, Santa Cristina di Quinto, Treviso.

Lino Rossi è nato nel 1943 a Conscio di Casale sul Sile e risiede dal 1952 a Santa Cristina (Quinto di Treviso) dove l'intervista è stata registrata da Camillo Pavan, in dialetto veneto di Treviso, sabato 24 agosto 2013.

Club 3P. Il simbolo dell'organizzazione contadina della DC viene innalzato 
nella piazza di Badoere da Lino Rossi, presidente provinciale di Treviso,
in occasione della Gimkana trattoristica nazionale. (1972 ca.)
 Foto tratta dal volume "Terra del mio paese", Giovanni Brotto, 1986 

Trascrizione in italiano del brano presente su You Tube

Ascolta l'audio


Dove hai sentito nominare il Club 3P. Tu eri un giovane contadino, agricoltore
Io ero un giovane coltivatore, però a quattordici anni facevo parte anche del movimento politico della Democrazia Cristiana. Prima c’erano le AcIi e io ero un consigliere anche di questa associazione, a Santa Cristina.
Ma il movimento delle Acli a me non interessava tanto, era politico-sindacale … però si partecipava anche alla sezione che c’era della Democrazia Cristiana.
Dove vi trovavate?
Come Acli sui bar, ci davano una stanza; come Democrazia Cristiana ci si trovava nelle sale della parrocchia di Santa Cristina. C’era un segretario di partito e noi giovani si partecipava, ci si inseriva. Mi ricordo sempre che c’era uno che diceva “ricordati che un voto vale una montagna, perché quello fa maggioranza e se tu perdi quel voto hai perso la maggioranza”. Ecco, ti preparavano già in un certo senso a quella che era la politica, ma anche ad amministrare. Si imparavano tante cose.
Chi era il segretario?
Lazzaro Alfredo, che poi era anche presidente di una cooperativa a Santa Cristina. Una cooperativa di consumo di cui erano soci anche mio papà e tutte quante le vecchie famiglie, Coloschi, ecc. Si sono fatte questa cooperativa di consumo, avevano comprato qualche attrezzatura, un trattore per arare le terre. Avevano cercato di iniziare una cooperativa, però dopo è stata un po’ rotta, non è più andata a termine.
Nel frattempo io crescevo, avevo sentito parlare di questi Club 3P e a quattordici anni sono entrato a farne parte.
C’era già, quindi, a Quinto
(Al minuto 01:49) Il Club 3P è partito nel 1956, in tutta Italia, e qua a Quinto è stato fatto subito. Io avevo 13 anni e sono entrato nel 1957, l’anno dopo. Ero piccolo, ma insomma…
Dov'era la sede?
Si faceva nelle osterie, non c’era un centro che ti avesse dato il comune, una sala disponibile; dopo sì ce l’hanno data, più avanti, una sala nella sede del comune.
Club 3P di Quinto, non di Santa Cristina.
Di Quinto.
Aveva un nome?
No, Club 3P di Quinto.
Il motto era “Provare, Produrre, Progredire”: 3P, era questo il significato.
Io ci credevo quando ho iniziato. Nell'agricoltura io ci ho creduto. Abbiamo cercato di emancipare il discorso produttivo nostro. Abbiamo fatto le prove anche della soia, che qua non sapevano neanche cosa fosse la soia. Abbiamo iniziato a prendere un terreno in affitto, nel 1958-60, nei primi anni Sessanta.
La Coltivatori Diretti di Treviso forniva un tecnico; il nostro era Nervo Lino, che era consigliere regionale della Coltivatori Diretti, e poi è passato consigliere regionale a Venezia nel 1970. Portava avanti quelli che erano i problemi dell’agricoltura, quali erano tutte le difficoltà e quali erano i pregi e i difetti, del sistema, dell’organizzarsi.
Sei andato a scuola oltre le elementari?
Ho fatto le elementari e dopo ho cercato di fare le medie serali; ho fatto un anno ma poi non sono più andato avanti perché…
Ho avuto esperienze dirette, di persona e non di studio, perché se le avessi avute di studio sarei andato anche più avanti, forse.
04:02 Il 3P era una scuola agricola. Ti insegnavano le basi fondamentali di quella che era la produttività, quali erano i prodotti tipici della zona, qual era un discorso di inserirsi dentro al mercato, di conoscenza del mercato. 


Didascalia originale: "Club 3P di Badoere - Preparazione campo
sperimentale condotto in comune per la coltura di ortaggi".
Una relazione di Adolfo Osti, Direttore della Federazione
Provinciale Coltivatori Diretti di Treviso, informa che i Club 3P
"da due anni a questa parte sono sorti nella nostra Provincia.
Essi sono complessivamente in numero di 15 per un totale
di numero 268 allievi". 
(Terra Trevisana, giugno 1959).

Anche sui trattamenti fitosanitari, a un certo punto abbiamo fatto dei corsi, ci preparavano ad utilizzarli. Non so, una volta c’era il DDT che era nocivo, ci dicevano no questo, i tempi di carenza, tutte queste cose qua.
Quindi era anche una scuola pratica.
Per davvero. 
Dopo, quello che mi ha tradito è stata la politica, i nostri governanti di cui non ho più avuto fiducia. Perché noi avevamo un credo nell'essere produttori, imprenditori agricoli. Una volta, nel 1974-75, abbiamo partecipato, con una cassa da morto, a una manifestazione a Trieste contro il governo perché ci ha sotterrato [l'agricoltura]…
Con il 3P di Quinto abbiamo poi affittato dei campi di terra, anche una vigna a Ponzano di cinque ettari.
In cooperativa?
Sempre come gruppo: non abbiamo formato una cooperativa. Però abbiamo fatto anche un movimento interno, così per tentare di fare una cooperativa, lavorando assieme. Abbiamo preso questi dieci campi, cinque ettari di vigneto, eravamo iscritti alla cantina di Villorba e abbiamo acquistato anche delle botti per i trattamenti.


Club 3P di Treviso: due momenti della Gimkana trattoristica 
nazionale organizzata a Badoere. (1972 ca.)  
 Foto tratte dal volume "Terra del mio paese", Giovanni Brotto, 1986 

Avevamo anche acquistato dei tagliaunghie per le bestie e dei trinciastocchi… Tutti insieme e ce li scambiavamo. Eravamo arrivati anche a pensare di comprare la macchina che schiaccia il mais, che fa i fiocchi, abbiamo tentato anche quello. Siamo partiti, siamo andati a vedere un allevamento di maiali dove facevano questi fiocchi di mais, e insieme con Nervo abbiamo cercato di chiedere un contributo alla Regione Veneto per acquistare la macchina. Avevamo anche trovato di metterla dentro alla casa di un socio, Gomiero, che aveva accettato perché aveva macchine per conto terzi. Però alla fine quando era l’ora di decidersi a fare, proprio chi aveva più vacche in stalla si è ritirato. Noi che avevamo 10-12 vacche eravamo piccoletti, ma chi aveva 40-50 vacche … “ah, ma dopo non c’è interesse” … così è successo che invece di essere all'avanguardia  quando hanno visto che erano necessari questi fiocchi andavano a comprarli da Cazziola che era un commerciante, e lui li ha fatti. Hanno speso soldi, mentre potevamo averlo noi il prodotto, farcelo noi. Hanno capito pochino, quella volta.
07:17 Poi c’erano i figli che venivano … e mentre io ero lasciato libero di poter fare da mio papà … altri erano ancora assoggettati ai genitori, che erano “radicati”, duri, che non li lasciavano fare e sviluppare.
Tuo papà era un uomo aperto.
Eh, mio papà, qualsiasi cosa che gli chiedevo di fare… Quando sono partito con le serre, se c’era da acquistare nailon, roba, lui era sempre disponibile.
Avevo fatto anche una serra di pomodoro, perché avevo visto che l’Asolana [cooperativa], facendo pomodoro prendeva soldi e io qui ho messo giù una serra di pomodori, negli anni ’64-‘65-’66.
Quindi come Club 3P, ricapitolando, facevate sia sperimentazioni…
08:00 … produttive, sul campo; riunioni serali ogni 20 giorni: ci trovavamo e ognuno portava il suo esempio, le sue esperienze, le difficoltà che c’erano e si discuteva e si andava avanti.
Veniva sempre Nervo, il tecnico, e dopo faceva arrivare anche altri tecnici se avevamo bisogno di un tecnico della viticoltura, o della zootecnia o di un veterinario…




L'on. Paolo Bonomi, presidente della Coldiretti 
(Federazione Nazionale Coltivatori Diretti)
e il gotha della Democrazia Cristiana trevigiana alla premiazione 
della fase finale della Gimkana Trattoristica Nazionale, organizzata a Badoere 
dalla segreteria provinciale dei Club 3P di Treviso, 1972 ca. 
Da Sx. Paolo Bonomi, al microfono, il ministro Mario Ferrari Aggradi (DC) 
e il deputato Primo Schiavon (DC), seduti, in giacca nera. 
Alle loro spalle, con giacca bianca aperta, il colonnello Pietro Curci, 
presidente della Camera di Commercio TV. 
In primo piano, ai piedi del palco, Lino Rossi. (Foto g.c. da Lino Rossi)
Mi hai detto tante cose … volevo parlare in italiano perché sei una personalità e ho dovuto parlare in dialetto anche con te!
Va ben dai, manteniamo questa lingua!
Sono d’accordo, ma siccome ho visto che dei Club 3P ci sono pochissime notizie, su internet è fatica trovare notizie sui Club che pure hanno avuto questa funzione importantissima…
Perché dopo sono venuti avanti i 4H americani: quelli hanno avuto più spazio e avevano lo stesso simbolo dei 3P.
08:58 Ricordo che una volta a Bergamo abbiamo partecipato a un convegno europeo di tutti i club: 3P, 4H e i movimenti di tutta Europa. Siamo stati 4-5 giorni ed è venuto a farci una lezione anche l’onorevole Aldo Moro e mi ricordo che in quegli anni là - siccome ero un imprenditore anche abbastanza così … - ricordo che ho conosciuto anche un’irlandese, dell’Irlanda del Nord. Madonna, proprio innamorata, morta… voleva anche sposarmi, per dire!
Erano scambi commerciali, di idee, di sistema. Era bello! Era partito bene come movimento, c’era da crederci…
E tu ci hai creduto.
Sì, io ci ho creduto. Quando sono entrato, che avevo 23-24 anni, come presidente provinciale dei Club 3P - prima c’era Garbuio, dal 1956 fino [al 1970 ca.] - ho fatto il presidente per una quindicina d’anni ed eravamo arrivati a 64 club in provincia di Treviso.
Su 80 comuni, si può dire che in ogni comune ce n’era uno.
10:11 Esatto, e avevamo 52 club maschili e 12 femminili. Perché c’erano anche dei club femminili, dove facevano i lavori fatti in casa all'uncinetto, far bene da mangiare perché ormai le ragazze dovevano sposarsi e dovevano anche saper fare in famiglia.


Il Club 3P femminile di Farra di Soligo.
 (Terra Trevisana, dicembre 1960)
Quando arrivava il presidente provinciale dalle ragazze, io e Gemin [Giorgio, il direttore provinciale dei Club 3P], eravamo due fusti ed erano tutte innamorate di noi. Tu pensa: [anche] solo una visita all'anno, facevo 64 visite in un anno. Mi volevano vedere, e le donne facevano i lavori e poi facevano la cenetta, preparavano i manicaretti, i dolcetti e noi si assaggiava ... brave, avanti, il discorso, viva!
Era un movimento veramente interessante.
All'epoca direttore della Coldiretti era Amedeo Scardellato. Era duro come direttore, veramente un personaggio duro, però dava soddisfazione: quando vedeva che la gente si impegnava lui dava soddisfazione.
Presidente era l’on. Primo Schiavon di Roncade.
Ma era contadino davvero, come è scritto nella sua biografia?
Schiavon sì, aveva un’azienda agricola.
Cosa faceva in questa azienda, era una grossa azienda?
Aveva stalla, a Roncade, aveva un po’ di vigneti, roba così; non orticoltura, faceva mais e zootecnia.
Perché ho visto nelle note del Parlamento “agricoltore”; pensavo fosse un modo di dire, invece lo era proprio.
Sì, posso testimoniarlo io. Io sono stato a casa sua, tante volte.
E Lino Nervo era dottore in agraria o perito?
Era perito, e veniva da Bessica di Loria. In quegli anni là era all'altezza per rappresentare l’agricoltura in Regione Veneto. Ricordo sempre che una volta ho detto a Nervo:
12:13 “Tu sei in regione, però ricordati che la collina si sta spopolando”. Noi qua in pianura abbiamo bisogno alcune robe, e lui si era interessato per acquistare la macchina fioccatrice, però la collina … Quando andavo nei club dell’Asolano, a Crespano del Grappa e fin su a Colbertaldo … in quelle zone là ci dicevano: “Noi qua non abbiamo possibilità, con le colline così, avremmo bisogno di un aiuto, di un sostegno” e una volta ho detto a Nervo: “Fai una proposta in Regione di dare a chi ha cinque vacche in stalla 500.000 lire all'anno per ogni bestia”. Così questi, invece di andar fuori all'estero, far l’esodo … ci restano in collina, ci puliscono la collina e si prendono qualcosa da vivere, ma se tu non dai niente non possono vivere in ristrettezze. E abbiamo visto che adesso … cosa costa mantenere le colline e la montagna? Costa più di 500 euro! E con le vacche avrebbero fatto latte, formaggi, producevano.
Per quello ce l'ho su ... e quella volta con la cassa da morto siamo andati là contro lo stato, contro il governo che non hanno capito i problemi dell’agricoltura.
Che pure era un governo della Democrazia Cristiana.
Eh, ma l’hanno abbandonata. Loro avevano altri interessi sotto.
Abbiamo visto le quote latte. Cosa hanno fatto, dopo? Hanno messo le quote latte in Italia, che facevamo 120 milioni di quintali, ne hanno messo 90 milioni; alla Germania e all'Olanda ne hanno messo di più e a noialtri qua cosa hanno fatto? Hanno fatto gli interessi di chi? Dell’industria e hanno sacrificato l’agricoltura.
Anche da un punto di vista sociale ha avuto una funzione importante il Club 3P.
Ha fatto istruzione tecnica per formare veramente degli imprenditori agricoli, quando si usciva dal Club 3P dopo otto-dieci anni di partecipazione. Incontri serali, scambi di opinioni e di idee per sviluppare e per far meglio. C’erano le gare su chi faceva meglio il prodotto, era un discorso di concorrenza proprio.
Facevate gare in che senso?  
14:04 Gare… uno produceva, e poi andavi a vedere il campo se aveva prodotto meglio del tuo; si facevano trattamenti, si discuteva. Tutte queste prove qua: provare produrre progredire, è questo il discorso.
Veniva messo in pratica, insomma, questo discorso.
È andato in pratica, ma veramente, ma su tutto. Se guardiamo … sono venute fuori le cooperative.
Io ci credevo, ma sono stato tradito, dalla politica.
Sto pensando, prima ancora della politica, anche da un punto di vista così più generico... mi ricordo che fra un operaio e un contadino, la ragazza sceglieva l'operaio.
Beh io no, io non ho mai avuto paura di star senza una ragazza, perché in quegli anni mi chiamavano Little Tony. Stavo bene, ero orgoglioso del mio lavoro, io non ho mai avuto problemi.
Non è che dicessero “non sposo il contadino”?
No, no, anzi! Mi correvano dietro, non avevo problemi, da quel lato là.
Però è un dato di fatto che tanti…
... sarà stato magari perché io ero più solare, più aperto e poi avevamo anche il lavoro orticolo, perché noi qua avevamo cominciato a fare radicchio, peperoni, piselli…
Ma tanti hanno abbandonato. Perché abbandonavano la campagna, negli anni Cinquanta-Sessanta?
15:20 Beh, negli anni Cinquanta-Sessanta è successo che quelli che andavano a studiare, quelli non facevano agricoltura, e - se diciamo onestamente - sono rimasti quelli più “freddetti”, non dico meno intelligenti ma … erano tanti di loro che rimanevano in casa; perché non avevano uno spirito interiore di andar fuori a lavorare, sotto padrone, o iniziare qualche attività; e l’agricoltura ha sofferto di questo.
Tu dici: “I migliori se ne sono andati”.
Eh … ma una gran parte, anche di bravi, sono rimasti in azienda, hanno fatto… che dopo, col Piano Verde n. 1, mi ricordo che Scardellato ha sistemato tante aziende, dando coraggio a questi giovani di acquistare i terreni, che in quegli anni là l’unico toccasana è stato proprio quello: che gli hanno dato [un prestito] trentennale all'uno per cento, il Piano Verde, che dopo venti anni con una cesta di noci pagavi la rata, per dire. Quella è stata l’unica cosa fatta bene. Chi ci ha creduto si è fatto le aziende fatte bene, tanto qui che a San Biagio di Callalta, in tutte le parti dove c’erano i 3P.
Parte di quelli che lasciavano i campi…
... avevano più intraprendenza, eh sì, avevano più coraggio a rischiare fuori. Invece chi era più “freddetto” restava a casa insieme con suo papà e sua mamma… e dopo non hanno neanche più tanto sviluppato l’azienda, sono rimasti fermi; infatti le aziende sono morte anche per quello, perché dopo non sono state più sostenute.
Sempre all'interno della Democrazia Cristiana c’era quell'altra organizzazione, qui nella Castellana…
16:42 Sì, era il CECOMA, il CECAT, dove c’era la linea di [Domenico] Sartor che aveva la scuola agraria. Anche loro avevano un movimento di istruzione, tecnico culturale, anche loro sono partiti e ci sono famiglie che anche oggi, quelli che sono stati bravi e si sono fatti un apprendistato, hanno le aziende fatte bene. Però loro erano più portati a fare tante cooperative. Purtroppo dopo, negli anni ’60 - ’70 sono crollate tutte perché non avevano quella tecnologia e sistema da poter sopravvivere.
L’organizzazione sindacale della Coltivatori Diretti era più grossa, non poteva soccombere. Però come ideologie erano uguali, di istruzione per i giovani, altro che [con Sartor] erano più spinti a fare cooperazione.
Facevano scambi fra scuole, istituti professionali. Era una roba positiva.
Sì, sì, era positiva, però…
Avevano scuole a Zerman, a Zero Branco…
Sì, lo so, ma sono state tutte scuole che dopo sono sparite, col tempo.
A Zero Branco non c’è più la scuola?
Non ci sono più scuole agrarie, non c’è più niente, ormai.
Dopo, da presidente dei 3P sono entrato nel 1970 come assessore comunale a Quinto; ho fatto cinque anni l’assessore. Poi nel[le elezioni del] 1975 c’era la Coltivatori Diretti che doveva mandare uno a Roma. I nomi che correvano erano Rossi (io) e Zambon. 
Bruno Zambon veniva dal Movimento Giovanile e io venivo dai 3P. Hanno scelto Zambon. Lui è andato a Roma e io sono andato in Provincia, ho fatto cinque anni in Provincia, con [Carlo] Bernini, [Marino] Corder e loro là. Lui ha seguito la carriera politica e io nell'80, visto che non trovavo sfogo in politica, perché quello che si diceva erano tutti falsi, bugie, promesse e basta … non ho più partecipato. Ho fatto dieci anni di politica gratis et amore Dei, senza prendere cinque lire. Ho fatto cinque anni di assessore a Quinto, cinque anni in Provincia e non ho mai preso cinque lire, invece adesso prendono un sacco di soldi. Allora dico: non ha ordinato a nessuno, il dottore, di andar far politica, come adesso che vivono di politica in eterno. Uno quando ha fatto 5 anni, 10 anni, basta sta a casa, è finita; se è incapace resta a casa, invece, purtroppo…
Come mai c‘è stata questa scelta da parte della DC?
18:58 Eh, se lavoravi per loro, per il sistema… ma se lavoravi per il bene del popolo, col cavolo, non facevi mica strada. Devi essere falso, lo dico forte. I clan, i famosi clan … la mafia è di là, ma qua ci sono i clan che comandano, e se sei con loro buona, sennò ti tagliano fuori.
Proveniva dai giovani della Democrazia Cristiana o agricoltori, questo Zambon. Cioè, che differenza c’era?
C’era il Movimento Giovanile, sempre uguale. Però noialtri eravamo “Provare Produrre Progredire” era proprio il nostro motto, mentre quello era un movimento politico sindacale, il Movimento Giovanile…
Movimento Giovanile della Coldiretti?
Della Coldiretti.
Ah, all'interno della Coldiretti c’erano due organizzazioni.
Sì. Io ho fatto anche dei corsi: a Roma, di 15 giorni, su ad Auronzo - con tuo fratello - lo stesso. Facevamo i corsi di preparazione per dirigenti provinciali dei Club 3P. Si faceva anche scuola, si faceva preparazione tecnica culturale, ma si faceva anche procedura civile, preparazione. Dopo ho fatto dei corsi a Roma, di 15 giorni, dalle suore spagnole vicino a Castel Gandolfo.
Invece Zambon era del Movimento Giovanile.
Movimento Giovanile, e la Coltivatori Diretti di Treviso ha detto: “Zambon, tu vai a Roma”. Dopo l’ho votato anch'io Zambon: è andato su, e ha fatto quattro legislature.
Era contadino anche lui?
Sì, azienda agricola, su a Colfosco, aveva viti e vacche. Ci sono stato, andavo a prendere il vino per fare la mostra del radicchio.
20:33 Nel 1970 sono partito con la mostra del radicchio e dei prodotti orticoli invernali a Santa Cristina. 
Sono partito perché? Per dare uno sviluppo al sistema, per fare capire alla gente che nella nostra zona a produrre latte e carne non c’era più da prendere soldi, invece facendo radicchio, facendo culture specializzate, asparago… E questo è stato il messaggio che io ho lanciato. Perché se adesso guardiamo qua a Santa Cristina dev'essere il paese che ha più campi di radicchi di tutto il territorio, oggi.
È un’ area anche vocata, questa.
Esatto, perché abbiamo l’acqua, abbiamo i terreni e tutto. Vuol dire che la gente ha capito il mio messaggio. La mostra del radicchio non era tanto per fare la mostra. L’ho fatta per dare un messaggio a tutti quelli dei 3P, a tutti i giovani, che chi voleva stare dentro all'agricoltura facendo orticoltura e facendo radicchio poteva avere un realizzo di reddito maggiore che ad allevare vacche, in questa zona qua…


1973 - Il banco con i radicchi dei soci del Club 3P di Quinto
alla mostra di Treviso, sotto la Loggia.
Da sx:  Gasparini [...], Giannino Dotto, Lino Rossi, 
Angelo Feltrin e Lino Gasparini. (Foto g.c. da Lino Rossi)

Un messaggio che è stato recepito.
21:25 Sì, infatti il mio orgoglio era quello: che ho dato un messaggio, che è stato recepito veramente, ed è importante.
Quindi adesso arrivato a 70 anni, un’età in cui si possono fare dei consuntivi, puoi essere orgoglioso del tuo lavoro.
Eh sì, perché basta che tu guardi qua in giro, sui campi di radicchio possono decollare gli aerei, ci sono “aeroporti” dappertutto, perché ci sono dieci-quindici campi di radicchi in ogni azienda. Mica poco, ragazzi!
Quindi ci hanno creduto. Non ci sono più stalle e vacche, hanno fatto tutti capannoni con la loro acqua potabile e tutto quanto.
Altro che manca però qualcosa. Il messaggio che ho dato non lo hanno recepito bene. È una critica che faccio. Perché c’è un po’ d’invidia, di orgoglio, di non so cosa tra i produttori. Perché ogni uno è un “santo produttore”, ogni uno sa.
Invece nel sapere bisogna sapersi organizzare e difendere, aver il prodotto per il manico del coltello, essere noi determinanti. Non fare, produrre e dopo dare in mano il prodotto agli altri: gli altri non faranno mai i nostri interessi. Qualsiasi commerciante, qualsiasi cooperativa, tutto quello che vuoi, prima fanno i loro interessi e poi fanno i tuoi. E questa è una piaga che a me duole proprio, perché noi avremmo l’oro in mano, qua. L’ho sempre detto, sono anni che predico: il radicchio rosso sarebbe l’oro, basta saperlo proteggere.
Invece, purtroppo… 
Io credevo, dopo la mia era, dopo i miei anni giovani, che adesso i produttori di trenta-quarant'anni, che ce ne sono, capissero. Peggio di noi una volta! Noi avevamo più buon senso. Sono più egoisti, vogliono sapere tutto e non hanno niente nel commerciale. Sono in mano a tutti gli altri.

***

Lino Rossi, come mi ha riferito in altra parte dell'intervista, ha abbandonato la politica ma non le associazioni dei produttori ortofrutticoli, nelle quali ha raggiunto posizioni di vertice. 
Dal 1978 ricopre la carica di presidente dell'APOMT (Associazione Produttori Ortofrutticoli della Marca Trevigiana) - espressione della Coldiretti - trasformatasi nel 1991 in APOVF (Associazione Produttori Ortofrutticoli Veneto Friulana) associata UNAPROA (Unione Nazionale fra le Organizzazioni dei Produttori Ortofrutticoli, Agrumari e di Frutta in Guscio), di cui è consigliere.
Dal 1988 è proprietario dell’Agriturismo Al Sile, a Santa Cristina di Quinto Treviso, dove lavorano tutti i suoi quattro figli.


Il primo incontro con Lino per realizzare questa intervista avviene nei suoi campi in una tarda mattinata d'agosto. 
"È dalle sei di stamattina che sono qua a lavorare", mi dice indicando il verde dei radicchi in piena vegetazione (e sullo sfondo il profilo della catena del Grappa che pare di toccare con mano). Poi mi porta a visitare oche e maiali che alleva per le necessità dell'agriturismo. 
Agriturismo vero. (Camillo Pavan)




Lino Rossi all'ingresso del suo Agriturismo Al Sile.

L'11 novembre 2013 l'Agriturismo Al Sile di Lino Rossi
e famiglia ha compiuto il primo quarto di secolo.